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Il governo del territorio fra vecchi golpe e urbanistica contrattata
di Vezio De Lucia

ESTRATTO DELL'ARTICOLO

All'inizio di quest'anno, si è sviluppata una vivace polemica fra Paolo Mieli ed Eugenio Scalfari riguardo al complotto che nell'estate del 1964, al tempo del secondo governo Moro, sarebbe stato tentato da autorevoli esponenti delle forze armate. A Mieli che ha ritenuto infondati gli intrighi di quarant'anni fa, Scalfari ha risposto che il complotto ci fu. E ha chiarito: "Il business italiano, già colpito dalla nazionalizzazione dell'industria elettrica, tremava al pensiero che i socialisti volessero attuare la nazionalizzazione dei suoli edificabili, che avrebbe spezzato la speculazione sulle aree ed avrebbe impresso un corso diverso allo sviluppo delle città, delle coste, insomma del Paese". Le cose che scrive Scalfari non sono una novità. Nella sua Storia e cronaca del centro-sinistra, Giuseppe Tamburrano ha scritto che "la nazionalizzazione dell'industria elettrica non suscitò le ostilità degli ambienti economici che incontrò invece la riforma urbanistica". Lo stesso Tamburrano ricorda quanto scrisse Pietro Nenni nel suo diario a proposito degli interminabili incontri con la Dc nel luglio 1964: "La bomba scoppiò quando Moro disse, col suo solito tono distaccato, che il presidente della Repubblica non avrebbe mai firmato una legge la quale comportasse l'esproprio generalizzato dei suoli urbani". Il "balenar di sciabole" intravisto da Nenni indusse i socialisti a ripiegare…Negli anni successivi, altri episodi tenebrosi, le bombe di Milano del 1969 e la conseguente strategia della tensione indurranno attenti osservatori (fra i quali Antonio Cederna) a scorgere sempre, fra le cause dei tentativi eversivi, l'opposizione a ogni ipotesi di riforma del governo del territorio e dell'intervento pubblico in edilizia. Non so se questi sospetti siano fondati; certo è che, in Italia, la nuova legge urbanistica non è mai andata in porto e, salvo rarissime eccezioni, non si sono mai veramente radicate la cultura e la pratica della pianificazione. In particolare, da quando hanno preso a soffiare anche in Europa (e anche dentro alla sinistra europea) i venti del neo liberismo, della deregulation e della privatizzazione a oltranza, è diventato innegabile il declino dell'urbanistica, quella che i giuristi definiscono pubblicistico-unilaterale, progressivamente sostituita dalla contrattazione con la proprietà immobiliare…Lo scadimento pratico e politico del governo del territorio è avvenuto e sta avvenendo per gradi. È cominciato, all'inizio degli anni Ottanta, con lo smantellamento delle leggi di riforma approvate nei vent'anni precedenti (il regime dei suoli della legge Bucalossi, le norme sugli espropri). Le tappe successive sono state il silenzio-assenso, le leggi sul condono (ben tre negli ultimi diciotto anni), e poi la lunga serie degli istituti (programma di riqualificazione, contratto d'area, patto territoriale, prusst…) utilizzati, talvolta con finanziamento pubblico, come variante automatica agli strumenti urbanistici ordinari. "Ciò che accomuna la quasi totalità di questi piani anomali - ha scritto Edoardo Salzano - è che enfatizzano il circoscritto e trascurano il complessivo, celebrano il contingente e sacrificano il permanente, assumono come motore l'interesse particolare e subordinano ad esso l'interesse generale, scelgono il salotto discreto della contrattazione e disertano la piazza della valutazione corale". Capofila della new wave è il Comune di Milano, che ha sostituito il piano con la somma dei progetti. Il capoluogo lombardo non è mai stato un modello di rigorosa amministrazione urbanistica. Non a caso, si chiama "rito ambrosiano" la specialità milanese di piegare le norme al variare delle circostanze…In buona sostanza, progetti e programmi pubblici e privati non sono tenuti a uniformarsi alle prescrizioni del piano regolatore ma, al contrario, è il piano regolatore che si deve adeguare ai progetti. Il piano regolatore diventa così una specie di catasto che registra le trasformazioni edilizie contrattate e concordate. La linea milanese è funzionale solo alla valorizzazione degli immobili, mistificata come modernizzazione. Come a Napoli, negli anni di Achille Lauro, quando si diceva che "il piano regolatore serve a chi non si sa regolare"…Fortunatamente, non in tutta l'Italia detta legge la deregulation. In molte regioni prevale ancora il buon governo. In Toscana, per esempio, i tempi dell'amministrazione sono normalmente ragionevoli, le procedure semplici, negli uffici agiscono in genere operatori capaci. La pratica degli strumenti urbanistici è diligente e diffusa. A meno di dieci anni dall'approvazione dell'ultima legge regionale, tutti i Comuni, già dotati di piano regolatore, hanno completato o stanno completando la formazione dei piani di nuova generazione (piano strutturale e regolamento urbanistico). Ed è nota la qualità di tanti insediamenti, basta pensare all'incanto non raro della campagna, dov'è sostanzialmente inibita ogni trasformazione non direttamente connessa alla produzione agricola. Non a caso la Toscana resiste al richiamo e alle lusinghe del rito ambrosiano e simili. Il punto è che non basta resistere. Servirebbe un'autorevole e forte azione politica alternativa. Viceversa, l'iniziativa sta sempre nelle mani dei sostenitori dell'urbanistica contrattata. Alla Camera dei deputati è in discussione una vera e propria controriforma. Si tratta di un disegno di legge, anzi di un testo unificato, della maggioranza di governo la cui filosofia essenziale consiste nella sostituzione degli "atti autoritativi" (che sono di esclusiva competenza di pubblici poteri) con "atti negoziali" tra i soggetti istituzionali e i "soggetti interessati" (che finiscono, questi ultimi, per coincidere con i proprietari degli immobili). Il governo del territorio dovrebbe quindi ridursi a un confronto, nel quale le pubbliche autorità non sarebbero altro che una tra le voci che concorrono alle decisioni. Un altro elemento cardine della proposta riguarda la piena discrezionalità delle regioni di individuare "gli ambiti territoriali da pianificare": il che significa che possono esserci ambiti territoriali non sottoposti a pianificazione. Anche "l'ente competente alla pianificazione" sarebbe deciso dalle regioni, che potrebbero avvalersi, per esempio, di speciali agenzie, contraddicendo il principio, che pareva definitivamente fatto proprio dall'ordinamento, per cui il governo del territorio compete a tutti gli enti territoriali dotati di organi elettivi di primo grado (Stato, Regioni, Province o città metropolitane, Comuni), oppure ad altri poteri pubblici che si configurino come organi misti (autorità di bacino, enti di gestione dei parchi naturali, e simili).È superfluo proseguire nell'illustrazione dei restanti contenuti dell'abominevole proposta di legge. Mi pare del tutto evidente che, se fosse approvato un provvedimento del genere, sarebbe la fine della disciplina urbanistica e della pianificazione del territorio come sono state intese per oltre un secolo, e cioè come necessità di affermare il primato dell'interesse comune sull'interesse del singolo.

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